“L’età della plastica” di Alessandro Cau.

Il Dottor Alessandro Cau, past presidente del Rotaract Club Quartu Sant’Elena Margine Rosso e socio del Rotary Club Quartu, ha scritto per noi un interessante articolo riguardante l’inquinamento dei mari, ponendo  particolare attenzione a quello causato dalla plastica.

 

La nostra epoca è stata definita «l’età della plastica». I polimeri sintetici sono parte integrante della nostra quotidianità e un mondo senza la plastica sembra quasi impossibile, eppure la produzione su larga scala cominciò solo negli anni ’50.
Si stima che da allora siano stati prodotti 8,300 milioni di tonnellate (MT) di plastica, che hanno generato circa 6,300 MT di rifiuti. Il dato più sconcertante, tuttavia, è che solo il 9% della plastica prodotta in circa 65 anni (1950-2015) è stato riciclato, il 12% è stato incenerito e il 79% è stato disperso e accumulato nell’ambiente (1).
È evidente come queste cifre da capogiro siano l’incredibile (o paradossale) risultato dell’inefficace gestione di una materia creata per essere indistruttibile, durevole, utilizzata come ‘usa e getta’, al cui ‘getta’ non abbiamo saputo far fronte. Le stesse proprietà che hanno reso quasi imprescindibile questo materiale nelle nostre vite sono una vera e propria condanna per l’ambiente, che non ha la capacità di “smaltirlo”. Se la produzione, la gestione e il consumo di plastica continuassero di questo passo, troveremmo nell’ambiente 12,000 MT di plastica entro il 2050 (1).
I calcoli più aggiornati riportano che tra 5 e 13 MT vengano gettate ogni anno nel mare (2). Una volta entrata nell’ambiente marino, una parte dei rifiuti plastici galleggia sulla superficie e viene trasportata tramite la circolazione delle masse d’acqua oceaniche, fino a raggiungere dei punti di accumulo impropriamente chiamati “isole” di plastica, la cui esistenza ha scosso l’opinione pubblica. Più che di isole, si tratta di masse d’acqua con un’estensione pari a quella di intere nazioni che si muovono, si disperdono, si riaggregano. In queste aree, per ogni Kilogrammo di zooplancton presente nell’acqua (la base delle catene alimentari marine, per intenderci), ce ne sono quasi 6 di plastica. Quella presente nell’ Oceano Pacifico settentrionale è la più grande, ma non l’unica; ne esistono infatti altre 4: nel Pacifico meridionale, Atlantico settentrionale e meridionale e infine nell’Oceano Indiano.
Recenti studi hanno stimato che circa 250,000 tonnellate di plastica galleggino attualmente in giro per il mondo (3,4); la cosa interessante, però, è che nel momento in cui gli scienziati hanno verificato sul campo queste stime, i conti non tornassero: trovarono infatti 10 volte meno plastica di quanto avessero previsto. Questa apparente buona notizia è invece, purtroppo il solo inizio di un lungo e complesso viaggio.
Come tutte le superfici immerse nel mare, anche la plastica viene colonizzata da organismi, che col tempo ne cambiano il peso specifico e di conseguenza la fanno sprofondare fino al fondo. Questo processo per cui la plastica galleggiante itinerante in un momento non definito arriverà prima o poi ad affondare fino al fondo del mare, rende tutti gli angoli del pianeta, anche i più remoti, delle possibili destinazioni. Se volessimo rappresentare quanto appena descritto, e dunque sottolineare l’ubiquità della plastica, la più calzante ed emblematica immagine è quella di una busta di plastica recentemente fotografata a 10,890 metri da un robot sottomarino del JAMSTEC (Istituto di Ricerca Giapponese) (5) nella fossa delle Marianne, il punto più profondo degli oceani.
Uccelli marini, grandi cetacei e tartarughe marine scambiano rifiuti plastici per cibo e ne ingeriscono grandi quantità, spesso fino alla morte. Non meno importanti e colpiti dal problema (anzi!) sono gli organismi di dimensioni più ridotte. Un esempio di recentissima scoperta è il famoso ‘Krill’, piccolo crostaceo alla base delle catene alimentari di molti Oceani. Il Krill non solo ingerisce piccoli frammenti di plastica (i.e., microplastiche, dimensione <5mm) trasferendoli lungo la catena alimentare, ma una parte di questi viene triturata attraverso la digestione e ri-immessa nell’ambiente sotto forma di nano-plastiche, cioè frammenti di plastica più piccoli di un millesimo di millimetro (6).
Una volta sul fondo del mare i rifiuti persistono nell’ambiente per lunghi, lunghissimi periodi, recando spesso danno ad organismi che vivono sul fondale. Col tempo la plastica si sminuzza, diventando di dimensioni sufficientemente piccole per essere accidentalmente ingerita da organismi di varie dimensioni, tra cui i pesci e crostacei che vivono associati al fondo del mare, alcuni di notevole interesse commerciale come scampi e gamberi rossi (7).
L’inappropriata gestione del problema plastica, alla lunga, potrebbe provocare un impatto ambientale complessivo più grave degli stessi sversamenti petroliferi, se consideriamo il nostro utilizzo spropositato, se pensiamo che la ingeriscono crostacei, pesci, e infine NOI, che ironicamente rappresentiamo l’inizio e la fine del famoso viaggio citato in precedenza.
Del resto, se è stata creata e apprezzata per essere ‘indistruttibile’, liberarsene non è certo cosa facile. Tuttavia, è doveroso precisare che qualora divulgassimo un’idea ‘demoniaca’ della plastica, non staremmo facendo un buon servizio. Il vero problema non è la plastica in sé, sarebbe sciocco (o folle) rinunciarci: pensiamo per un momento al sistema sanitario, rinunciare alle siringhe sterili in plastica sarebbe una vera follia, un passo indietro di 60 anni. Il vero problema è il nostro eccessivo utilizzo quotidiano. L’unico modo per fronteggiare in maniera seria il problema è ridurne gli sprechi.
In concreto, dunque, noi cosa possiamo fare?

i)      Investiamo sull’educazione e formazione ambientale delle nuove generazioni: loro sono il futuro, e sicuramente faticheranno molto meno di noi ad abituarsi a un mondo senza cannucce e con le borracce;

ii)     Cambiamo le piccole abitudini domestiche, basta un piccolo gesto per avere un grande impatto: utilizziamo il vetro o la ceramica, noteremo il risparmio di centinaia di pezzi di plastica in pochi mesi.

iii)    Ottimizziamo l’uso di un bicchiere di plastica: usarlo non è una vergogna, usarne 10 diversi per 10 bevute si! Scriviamo il nostro nome e usiamolo il più a lungo possibile.

iv)    È bene prediligere l’acquisto di liquidi in vetro o in Tetrapack®;

v)     Sostituiamo l’uso della pellicola alimentare con pellicole ecocompatibili …fatte per esempio con la cera delle api!

vi)    Ottimizziamo l’uso delle buste: dalle shopper-bags fino alle buste di carta per i cibi, che potremmo anche riutilizzare quando possibile;

vii)   Guardiamoci intorno: quando siamo davanti ad un prodotto chiediamoci se effettivamente possiamo riutilizzarlo? C’è un prodotto analogo “plastic-free”?

 

 

Riferimenti bibliografici

1.        Geyer, R., Jambeck, J. R. & Law, K. L. Production, use, and fate of all plastics ever made. Sci. Adv. 3, e1700782 (2017).

2.        Jambeck, J. R. et al. Plastic waste inputs from land into the ocean. Science. 347, 768–771 (2015).

3.        Eriksen, M. et al. Plastic Pollution in the World’s Oceans: More than 5 Trillion Plastic Pieces Weighing over 250,000 Tons Afloat at Sea. PLoS One 9, 1–15 (2014).

4.         Van Sebille, E. et al. A global inventory of small floating plastic debris. Environ.

 

Biografia

Dr. Alessandro Cau, PhD, 32 anni, ecologo marino.

Ricercatore Universitario c/o l’Università di Cagliari.

Consultant per la Food and Agricolture Organization (FAO).